In che modo la famiglia può incidere sulla criminalità minorile?

In che modo la famiglia può incidere sulla criminalità minorile?

Bentornati in questo nuovo spazio divulgativo, che non vuole essere di campo tecnico, quanto più il mio punto di vista e le mie conoscenze in merito a quanto ho vissuto all’interno dei corsi svolti, dei miei studi individuali e dei testi letti, propedeutici alle tematiche trattate all’interno dei miei romanzi. Si tratta di considerazioni prettamente personali che non vogliono essere di insegnamento a nessuno, ma semplicemente un’esposizione del mio punto di vista sugli argomenti che più mi appassionano.

 

L’adolescenza si sa, non è solo una delicata transizione che inevitabilmente ci porta a scontrarci con realtà differenti ma è la fase evolutiva, dove si manifestano le mancanze avvenute nell’infanzia, come la non acquisizione dei limiti, l’assenza di regole e la mancata riconoscenza di affetti e presenze. Infatti, uno degli elementi che più caratterizza la criminalità minorile è proprio la disgregazione famigliare, che può portare in questa delicata fase evolutiva a manifestare aggressività, disadattamento, insensibilità emotiva e senso di abbandono. La sfera famigliare oltre a occupare un ruolo fondamentale nella formazione e nello sviluppo della personalità dell’individuo, svolge anche una funzione di filtro fra lui e la società e nonostante la trasformazione radicale alla quale è sottoposta da diversi anni, il tessuto famigliare continua a rimanere la prima istituzione educativa nella quale sperimentare, sin dalla nascita la costruzione della propria reale identità.

 

𝕀𝕟 𝕔𝕙𝕖 𝕞𝕠𝕕𝕠 𝕝𝕒 𝕗𝕒𝕞𝕚𝕘𝕝𝕚𝕒 𝕡𝕦ò 𝕖𝕤𝕤𝕖𝕣𝕖 𝕟𝕠𝕔𝕚𝕧𝕒?

 

Nel corso degli anni, molti autori hanno cercato di definire quanto la famiglia e le sue dinamiche potessero effettivamente influenzare la formazione di un giovane deviante, andando ad analizzare nel profondo ogni tipo di nucleo famigliare. Quello che però ne è emerso è che, non può essere dichiarata “disturbante” una famiglia autoritaria, se questa autorità non va a concludersi nel maltrattamento, tantomeno una famiglia “libera” se etica e morale rimangono integre ed educative. Ciò che risulta tediante per il giovane, è l’approccio situazionale da parte dei genitori nella mancata presa di decisioni di comune accordo e non sempre nello stesso modo.

In seguito anche altri autori hanno evidenziato che fra i giovani con tendenze a delinquere si riscontra più frequentemente un rapporto intenso con la madre, spesso invischiante e confuso e la sensazione di non essere accettato o comunque respinto dal padre. Ma nella letteratura criminologica un altro tassello importante è occupato dalla separazione genitoriale. È opportuno fare una distinzione tra divorzio legale e divorzio emotivo, quest’ultimo, infatti, è quello più collegato alla devianza minorile, perché si nota un’evidente frattura emotiva, dove c’è un’eclatante conflitto che viene occultato e può produrre, nel ragazzo, atteggiamenti confusi e disorientanti. Spesso si verificano situazioni in cui, nonostante si sia sciolto il patto a livello ufficiale fra le due parti, non altrettanto si riesce a interrompere il patto a livello emotivo. Si viene così a creare una situazione ambigua che coinvolge non solo gli ex coniugi ma anche i figli e tutte le persone attorno a loro.

Mailloux, autore della teoria dell’identità negativa, evidenzia come il bambino interiorizza, progressivamente, un’immagine negativa di se stesso in base alle aspettative negative dei propri genitori. Il bambino adegua il suo comportamento, conformandolo alle aspettative del nucleo famigliare: progressivamente accetterà l’identità negativa e il suo ruolo. Non avrà più l’ansia di competizione e nessuno si aspetterà più niente da lui. Questo bambino avrà come unica alternativa di affermazione la sua identità negativa.

𝔼 𝕚𝕝 𝕡𝕒𝕕𝕣𝕖?

 

La figura paterna viene considerata da molti autori un “genitore dimenticato.” Invece questo ruolo è di fondamentale importanza nella crescita del bambino, non solo nell’attesa ma per l’indispensabile supporto che dà alla madre durante il parto, favorendo la fisiologica separazione madre-bambino. Dando il cognome, risulta una figura normativa e identificativa fortissima sia per il maschio che per la femmina, e addirittura per quest’ultima, viene identificato come il proprio partner, all’interno ovviamente dei suoi sogni. Se ci facciamo caso, ogni bambina desidera sposare il suo papà. In psicologia questo fenomeno si chiama complesso edipico, ed è un evento del tutto normale e transitorio; il bambino proverà sentimenti d’amore per il genitore del sesso opposto e rivalità per il genitore dello stesso sesso.

Secondo i coniugi Glueck, la stabilità famigliare è l’aspetto più importante per un sano e positivo sviluppo del bambino, da questa saldezza deriva il suo senso di sicurezza e la sua capacità autonoma di distinguere i comportamenti adeguati da quelli non adeguati. Ciò che è sembrato più rilevante dal punto di vista criminologico non è tanto il problema della deprivazione materna, quanto piuttosto il rapporto inesistente e disturbato con il padre. A volte, possiamo trovare anche uno storico di relazione paterna con delle severe punizioni sconsiderate. E proprio perché il padre rappresenta il modello normativo etico- sociale per antonomasia, la rottura di questo legame padre-figlio può mettere in discussione lo schema identificativo e potrebbe portare a inseguire altri esempi, come per esempio appunto, quelli devianti. Dalle ricerche dei coniugi Glueck si può notare inoltre, come la separazione coniugale, le nevrosi e l’alcolismo di uno e di entrambi i genitori siano associati a un maggior rischio criminogeno nell’adolescente.

 

Adolescenza: la più delicata delle transizioni.
(Victor Hugo)

 

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