Che cosa si nasconde nell’infanzia di un serial killer?

Che cosa si nasconde nell’infanzia di un serial killer?

 

Bentornati in questo nuovo spazio divulgativo, che non vuole essere di campo tecnico, quanto più il mio punto di vista e le mie conoscenze in merito a quanto ho vissuto all’interno dei corsi svolti, dei miei studi individuali e dei testi letti, propedeutici alle tematiche trattate all’interno dei miei romanzi. Si tratta di considerazioni prettamente personali che non vogliono essere di insegnamento a nessuno, ma semplicemente un’esposizione del mio punto di vista sugli argomenti che più mi appassionano.

 

 

Il punto in comune nel vissuto dei killer seriali è la profonda umiliazione subita nell’infanzia, all’interno del proprio nucleo famigliare. La loro più tenera età è caratterizzata da violenza fisica e/o psicologica, percosse, segregazione da parte di uno dei due genitori e in alcuni casi da entrambi. La traccia costante però, che si è riscontrata nella maggioranza delle storie criminali è proprio la presenza di sadiche umiliazioni e il sentimento di vergogna che li accomuna. Quindi, un’infanzia tutt’altro che facile.

Ovviamente nessun teorico vuole sostenere che tutti i bambini umiliati e maltrattati da adulti possano diventare omicidi seriali, ma nella vita personale dei serial killer c’è sempre una tortuosa storia molto dolorosa e drammatica e davanti a questa vicenda, molti di loro nella propria psiche innalza quei maligni meccanismi che lo porteranno un giorno a diventare un adulto sociopatico e a desiderare a tutti costi la vendetta in modo patologico. Alcuni dei più noti profili criminali, infatti, ha concluso la sua “carriera” criminale proprio con l’uccisione di quella figura parentale che gli aveva inflitto così tanto dolore.

L’infanzia è una congiuntura fondamentale per l’integrità fisica e mentale del futuro adulto ed è molto importante la formazione di un buon “legame di attaccamento” fra il bambino e chi si prende cura di lui. Il bambino, creando questo legame s’identifica e cerca attivamente il contatto con i genitori o con chi ne fa le veci. La rottura o la mancata formazione di questo legame può generare un soggetto incapace di provare empatia, affetto o rimorso per un altro essere umano, caratteristiche comuni anche a molti killer seriali. Tutto questo non può che favorire la formazione di un quadro affettivo ostile e tossico per il bambino e lo scontro con i genitori o con chi ne fa le veci si intensifica, deteriorando ulteriormente il rapporto stesso. Aumenta il distacco emotivo e il bambino persiste nel suo atteggiamento di rifiuto e apatia, sviluppando inclinazioni particolarmente violente e aggressive.

Molti autori descrivono nella storia infantile dei serial killer, un insieme di segnali predittivi del futuro. MacDonald, per esempio, stila tre segnali di fondamentale importanza che secondo lui potevano essere dei validi campanelli d’allarme. Troviamo la enuresi notturna, la piromania e la violenza sugli animali. Molti teorici però l’hanno criticata. Effettivamente non può essere una constatazione efficace su ogni presunto profilo criminale. In ogni caso evidenzia comunque un forte disagio e disturbo vissuto dal bambino, che non deve essere affatto sottovalutato. Non è detto che tutti i bambini che mostrano l’associazione di questi comportamenti, siano destinati a diventare assassini seriali, ma la letteratura criminologica evidenzia questa triade nella storia infantile di tutti i serial killer.

Gianfranco Pallanca, sessuologo di nota fama, afferma che il processo attraverso il quale si diventa assassini seriali passa attraverso tre fasi. La prima è l’autoprotezione; il bambino rifiuta il proprio dolore e il proprio stato angoscioso, nascondendo i suoi reali sentimenti. Nel fare questo si isola automaticamente dal resto del mondo. La seconda è la rimozione; le angosce vengono trasferite nell’inconscio, dove giacciono latenti ma attive. La terza è la proiezione; ovvero, il soggetto addossa ad altri la colpa di ciò che gli è accaduto e della propria angoscia. Il serial killer strazia ed uccide perché vede nella vittima l’origine dei propri mali. Al sollievo momentaneo, procurato dalle sevizie e dalla morte, segue una nuova crisi di angoscia dove si riaccende il desiderio di punire. Punire in realtà chi gli ha procurato quel dolore.

Un’altra caratteristica che vorrei menzionare brevemente ma secondo me di fondamentale importanza è la sessualità. Gli assassini seriali sono accomunati dal fatto di avere una sessualità piuttosto precoce e svariate perversioni sessuali. Spesso, la precocità è dovuta a situazioni di abuso e di violenza sessuale da parte dei genitori o di altri adulti con i quali il bambino si relaziona. In uno studio condotto dall’ FBI si è riscontrato come quasi la metà degli assassini seriali esaminati, hanno subito un abuso fisico durante il periodo evolutivo. Inevitabilmente quindi, il futuro assassino seriale viene fatto entrare violentemente nel mondo sessuale degli adulti, e da quel momento, i suoi istinti, i suoi pensieri e le sue azioni sono controllate dalla sessualità, così da diventare a sua volta un soggetto che abusa, identificandosi così nel suo carnefice. In molte altre storie di vita di questi soggetti, se non troviamo la violenza sessuale diretta, troviamo comunque una situazione famigliare altamente ibrida in cui il bambino è obbligato a osservare e respirare la sessualità all’interno della sua casa. La cosa interessante e che ribadisce il concetto di quanto gli opposti siano in verità uguali, troviamo l’ossessione per il sesso sviluppata anche in un contesto famigliare troppo repressivo nella quale i genitori descrivono tutto ciò che ha a che fare con la sfera sessuale come qualcosa di peccaminoso, volgare e da condannare.

 

 

 

 

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La figura materna instaura le premesse fondamentali per la vita morale del bambino ed è indispensabile per la formazione della sua identità. La storia personale di molti killer seriali è caratterizzata da un grave disturbo nel legame di attaccamento con la madre durante l’ infanzia, che può causare un adulto sociopatico, incapace di provare sentimenti di empatia, di affetto, dispiacere o rimorso. Come dicevamo all’inizio dell’articolo, la lunga storia dolorosa e triste che li associa abbassa inevitabilmente la loro resistenza agli stimoli stressanti e, l’incapacità cronica di affrontare e superare le situazioni porta il soggetto a non essere in grado di affrontare le normali sfide quotidiane che l’esistenza pone normalmente. Questo porta il killer seriale a un progressivo isolamento dal mondo esterno e dalla società, percepita come entità ostile ed estranea.

 

Di seguito, alcuni dei casi più lampanti:

 

 Andrea Matteucci, nasce a Torino il 24 Aprile del 1962. Il padre se ne andò con la sua nascita, quindi non lo conobbe. In ogni caso, questa figura parentale aveva dei precedenti per furto e ricettazione. Da piccolo viene continuamente disprezzato dalla madre, che prostituendosi in casa da Andrea alla sorella fino ai 5 anni, per poi riprenderlo e sbatterlo fino ai 9 anni in un istituto religioso, tornando a casa comunque tutte le sere. La madre, che ha un convivente collerico e brutale, si vanta con il figlio di essere una donna forte e persino di aver ucciso e ferito due suoi clienti e di aver addirittura impiccato il cane della vicina perché le stava antipatica. Inveisce spesso contro Andrea con tono sprezzante, lo chiama “coniglio” oppure “cagone”  perché privo di coraggio come suo padre. Il patrigno umilia e riempie di botte Andrea;  lui entra in depressione e inizia ad avere delle turbe psichiche si sente spesso così arrabbiato e umiliato da provare il profondo desiderio di uccidere. Comincia così la sua lunga carriera di serial killer uccidendo la prima persona che incontra.

 

Andrea Matteucci

 

 

Edmund Emil Kemper, invece nasce il 18 Dicembre del 1948. Figlio di genitori separati, vive un’infanzia basata su rifiuti e umiliazioni. La madre crudele, offensiva e sarcastica, lo odia perché somiglia al suo ex marito e di certo il suo aspetto fisico non lo aiuta ( prende infatti il soprannome di gigante decapitatore ) Alll’età di 10 anni la madre inizia a segregarlo in cantina e lui ne è terribilmente spaventato. La donna soffriva di nevrosi e, dubitando che Edmund molestasse la sorella. In realtà questo era solo frutto dell’immaginazione patologica della madre, perché quelle accuse erano realmente infondate. Edmund non ha amici e nemmeno a scuola riesce a ritagliarsi un po’ di pace. La sua timidezza e il suo aspetto non lo aiutano e inizia ad avere strane attrazioni per l’anatomia, in particolare la vivisezione delle rane. In seguito inizierà a sviluppare anche una vera forma di tortura verso gli animali.  L’omicidio della madre porrà fine alla sua lunga carriera di assassino seriale.

 

Edmund Emil Kemper

 

Per finire possiamo ricordare l’infanzia, caratterizzata da sadiche umiliazioni da parte dei genitori di Donato Bilancia nato il 10 Luglio del 1951 e condannato a sedici ergastoli, il quale ha costituito l’evento più drammatico nello scenario del crimine nell’Italia del XX secolo. Veniva picchiato insieme al fratello per futili trasgressioni dal padre e già da molto piccolo iniziava a presentare i primi sintomi di un profondo disagio. Alla comparsa dell’anuresi notturna i genitori iniziarono a umiliarlo e a deriderlo, esibendo il materasso fuori dal poggiolo. Bilancia di questo ne soffre molto, e anche a distanza di anni ricorderà questi episodi con enorme dolore. In una lettera scritta allo psichiatra Vittorino Andreoli, infatti, scriverà: «Ricordo che morivo di vergogna anche perché nell’appartamento di fronte abitava un signore con una o due figlie (non ricordo bene) che avevano all’incirca la mia età e questo per me era ancora più insopportabile. A volte mi svegliavo di notte perché mi accorgevo di aver fatto la pipì nel letto e cercavo di asciugarla con il calore del corpo, in modo che al mattino la mamma non procedesse all’esposizione esterna.» La malignità dei genitori raggiunge l’apice durante le vacanze estive, in casa di una sorella del padre. Al momento di andare a letto, quest’ultimo, con la scusa di aiutarlo a svestirsi, gli tira giù le mutandine dinanzi alle tre cugine e mostra loro il suo pene poco sviluppato. «In quel momento, io mi attorcigliavo su me stesso, cadendo in ginocchio sul letto, morto di vergogna… Questo è stato l’evento che mi ha crocefisso per il resto della vita» dirà Bilancia.

Donato Bilancia

 

“Se l’abito fa il monaco allora la casa fa l’assassino.”

ALIMI BALLARD – David Sinclair

 

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